Uliassi informazioni e recapiti

Via Banchina di Levante 6, 60019, Senigallia Italia

#2

5,0

Cosa ne pensano le persone di Uliassi?
Perfetto: 1.323 valutazioni.
Ottimo: 152 valutazioni.
Discreto: 46 valutazioni.
Sufficiente: 19 valutazioni.
Migliorabile: 18


Tipo di cucina
Italiana, Pesce, Mediterranea, Europea, Salutistica, Internazionale, Contemporanea Diete speciali Per vegetariani, Opzioni vegane, Opzioni senza glutine Pasti Pranzo, Cena, Dopo mezzanotte

Ristorante Uliassi: Recensioni, domande e risposte

Le parole sono riduttive per riuscire ad esprimere tutto quello che si prova durante questa esperienza da Uliassi. Preparatevi ad un viaggio in un altro pianeta, lasciatevi guidare dagli impeccabili ragazzi di sala, godetevi la musica che faranno le vostre papille gustative e rilassatevi difronte al panorama del mare. Nulla da aggiungere, solo che il ritorno alla realtà sarà duro.


Ristorante all'altezza delle aspettative. Non delude nè per il servizio nè per l'esperienza culinaria. Abbiamo scelto il menu degustazione classico che è un vero e proprio viaggio nella sperimentazione gastronomica. Degno di nota il colombaccio e la ricciola alla puttanesca. In definitiva merita la posizionenel ranking mondiale dei ristoranti migliori.
Ci chiedevamo quale fosse la differenza tra una stella e due o tre stelle. Per quanto si viaggi sempre su livelli altissimi, qui ci sono dei picchi che toccano la definizione di indimenticabile. Che dire, se siete in zona andate.
La tappa a Senigallia è stata dettata dal voler assaporare la vostra cucina, da un 3 stelle Michelin ti aspetti tanto e non ci arrivi per caso. La location è spettacolare, accogliente semplice ed elegante. Il personale è stato splendido ed impeccabile e non èscontato nemmeno in un tre stelle. Arrivi e ti si presenta un benvenuto dello chef che ti fa già capire che il bello è appena iniziato. Da sottolineare l’attenzione nel vederci nuovi al ristorante ed omaggiarci di una delle portate iconiche del Menù. Il momento particolare per me è stata la portata della pasta al pomodoro alla Hilde nel momento in cui i camerieri hanno aperto il coperchio e si è sprigionato il profumo mi sono seriamente commossa. Non mi era mai capitato ma quel piatto ha colpito a segno nel profondo delle emozioni senza nulla togliere al resto del menu che è stato davvero sublime. Ogni piatto con una propria anima ma tutti architettati perfettamente con un fil rouge emozionale pazzesco. A fine pasto ti rimane l’emozione forte e la voglia di assaporare ancora ed ancora il viaggio dei sapori. Se posso permettermi la cucina di Mauro Uliassi per me è stata molto affascinante perché nella semplicità degli ingredienti ha saputo portarmi in un viaggio unico dettato dalla creatività delle combinazioni e in ogni piatto il mix di gusti è stato pazzescamente fuori dal mio immaginario Quest’esperienza è libertà ben calibrata con audacia e creatività. Complimenti a tutto il Team!
Non è semplicemente una cena, ma un'esperienza, da provare almeno una volta nella vita! Siamo stati coccolati e viziati per quasi 4 ore: assolutamente consigliato! Abbiamo preso un menù caccia e un menù Lab. Piatti complessi e con gusti nuovi, molto particolari! Ad esempioil plancton nell'antipasto!
Accoglienza Cibo Convivialita …testimoni di un territorio straordinario! Grazie a Catia Fine ed Elegante Ad Ivano (simpaticissimo) percorso vini dal mondo. A tutta l’equipe piena di attenzioni. Grazie a te Chef Unico Straordinario ad ogni portata abbiamo sentito il tuo Cuore. Giuseppe e Lisa
A Senigallia, sulla spiaggia, circondate d’azzurro e di bianco, di mare, di cielo e di sabbia, tre stelle (Michelin) permettono di assistere ad un concerto d’armonie sensoriali futuriste, condotto da virtuosistici assoli. Perché in effetti volendo condensare in pochi, essenziali tratti l’esperienza di una cenaal tristellato marchigiano si presentano alla mente l’esuberanza creativa e lo spirito giocoso e gioioso delle avanguardie futuriste, concretizzate, ora come allora, in personalità forti, distinte e ben caratterizzate, capaci di stagliarsi e staccarsi dalla moltitudine del movimento stesso per le indiscutibili capacità artistiche di ognuna di esse. E lo stesso avviene qui, da Uliassi, in cui, nella generale ambientazione enogastronomica geniale e ricca di provocazioni, spunti d’avanguardia, folta di richiami intersensoriali, di esperienze multidisciplinari, di contaminazioni professionali provenienti da ambienti variegati (alla “Hilde” façon, tanto per fare un esempio), ogni singola portata alla fine eccelle per un sapore ben delineato, netto e preciso, e in ognuna di esse si distingue un solista, un elemento trainante il resto dei componenti con la malia della propria bravura, portando a compimento il percorso degustativo. Quindi un concerto, certo, ma di virtuosi geniali, futuribili ora, come i futuristi d’allora, punte evidenti ed emblematiche di un lavorio sommerso che concretizza in essi la chiave di lettura di ogni pietanza. Sapori dominanti e note soliste, come super-uomini vitali, scoppiettanti, che fuoriescono dal boccone ergendosi al di sopra degli altri, alternandosi in picchi di gusto e colpendo i nostri sensi, frutto sinestetico di inaspettate consonanze tra vegetali a racchiudere circolarmente la teoria dei rimandi sensoriali. Scardinamento, discussione e rivitalizzazione di tradizioni altrimenti consolidate. Dinamismo vero e simbolico. Linguaggio destrutturato e ricostruito, pura lallazione. Onomatopee alimentari. È quel che accade con lo spiedino esplosivo di Rimini-fest. Oppure con l’interattività tribale dello Slide-to-taste. E con l’agrumato potente ed esclusivo del Gambero Rosso con estratto di mandarino. Oppure ancora con la raffinata, burrosa, olfattiva e frondosa ricerca della “Hilde” in pasta. O delle “choux” e delle creme, delle olive e delle ciliegie, delle biciclette del Senigallia-Brest. O con la mantecatura di insoliti frutti nel gelato di cabossa, la promozione di anatomie meno nobili nell’ossobuco alla marinara, le freschezze pungenti della ricciola o le rotondità del colombaccio. E anche visivamente ritroviamo i movimenti catturati staticamente e le mise en place dalle geometrie astratte, il cui fine sembra essere l’opera d’arte che l’impiattamento in senso stretto, nel gambero rosso, nella canocchia, nella “Hilde”, nel colombaccio, nel Senigallia-Brest. A Senigallia, Mauro Uliassi e l’intera brigata di cucina, di sala, di cantina, la completa struttura del ristorante ripropongono un’arte futurista, innovativa, dinamica, vitalistica, quasi solipsistica, completa di un Marinetti, di un Palazzeschi, di un Boccioni, racchiusa in un semplice assioma: “Tutto è nulla, nel mondo, tranne il genio.” Ripercorrendo “I classici”, il menù degustazione che ripropone le eccellenze passate e presenti, e magari qualche idea futura, sorta di “Highlights” per condensare in una decina di portate questa idea di ristorazione, ho ritrovato proprio nei fermenti culturali di inizio Novecento il modo di leggere l’originalità e l’essenza della proposta in una chiave interpretativa piena di rimandi e sottintesi, volontari o meno, che la rendono intellettualmente saporita ed entusiasmante, oltre che, ovviamente, sensorialmente eccitante ed esclusiva. Lo “SlideToTaste”, sorta di amuse bouche concretizzato in una pastosa crema verde al sedano, impressa con uno stencil sulla candida stoviglia, a formare l’eponima scritta, hashtag punteggiato da una nube di prezzemolo polverizzato, tutto a base di acidità, freschezze e sapidità con acetosella e acciuga, invita proprio ad usare le dita per raccogliere il cibo, portarlo alla bocca e gustarlo. Senza posate. È la tribalità interattiva richiesta dal “piacere tattile prelabiale” teorizzato da Filippo Tommaso. Gustare il cibo con sensi possibili, tatto compreso. Ma non quello orale, linguale. Bensì quello proprio degli arti. E magari completando l’opera “in ore”, suggendo la falangetta. Puro futurismo, puro Marinetti. Tale premessa è già tesi programmatica d’ammonimento: “Lasciate ogni paura”. Il primo “classico” vero e proprio è il “gambero rosso, estratto di mandarino, fiori di salvia, ananas”. Virtuoso è il mandarino, il cui sapore fornisce la nota dominante che accompagna la dolce morbidezza del gambero. L’agrume sfida l’aromatico balsamo della salvia e alla fine la spunta, lasciando alle note tropicali dell’ananas un ruolo di contorno. “ZANG-TUMB TUMB-TUMB TUUUUUM”, è il classico e futurista inizio col botto. E il delicato rossore dei tre crostacei, allineati sulla decina di righe di un floreale pentagramma (ma sarebbe meglio dire “decagramma”) tropicale agrumato che alterna i toni aranciati, beige e opalescenti trapuntati di rosso e verde è lo spartito su cui improvvisa il proprio assolo. Accompagnato dalle sapide bollicine di un Airali Pas Dosè, da Pinot Nero e Chardonnay, di Tenuta Carretta. Le geometrie lineari sono mantenute nella “Canocchia con salsa bernese alle alghe” in cui il crostaceo lattiginoso, cotto alla coque e tripartito, cosparso di polvere d’alghe, si allunga parallelo alla striscia di bernese parimenti punteggiata di alghe ma anche di finocchietto. Mantenendo l’allegoria musicale, su un tappeto orchestrale, d’ensemble e delicato, si stagliano i freschi acuti delle erbe e della salsa, picchi acidi, smussati da cremosità non irrilevanti. Strumentisti virtuosi che lasciano la propria impronta a siglare questa seconda tappa. In crescendo si arriva alla “Sogliola al vapore con lattuga e bergamotto”. Sulla base di lattuga, l’involtino di sogliola, mantenuta il possibile al naturale, si offre ricoperto di dressing, supporto commestibile per i profumi di prezzemolo e lime. Nel tripudio di ingredienti, che vanno ben oltre i tre dichiarati nel nome, sogliola, lattuga e bergamotto, ci sono anche uova di coregone, ostrica, lime, aglio, nocciole, prezzemolo. La “Pizzicheria” futurista di Palazzeschi: “Ettogrammo, chilo, mezzochilo”, "Mi serve o non mi serve? Ho tanta fretta! " " Aspetti " " Mi dia retta. Venga qua ". “S'infuria una servetta, una s'acqueta.”. E in bocca il vociare, a tratti isterico, a tratti accondiscendente, a tratti accomodante, si fa miscuglio di sapori; ora è il bergamotto a dettare i tempi dando, anche in questo caso, la nota agrumata come fondamento del resto. Letteralmente scoppiettante è “Rimini fest”, spiedini di calamaretti grigliati sui carboni con shot ghiacciati di citronette. L’immediatezza dello scontro tattile in ore è dato dal tripudio della citronette ghiacciata che si scioglie col clangore orchestrale di “Timmmpani flauti clarini dovunque basso alto uccelli cinguettare beatitudine”, “tatatatatatatata picpacpam pacpacpicpampampac”, per poi, via via, cedere il posto alla carne dei cefalopodi, all’impanatura, alla morbidezza del boccone di misticanza in accompagnamento. Ma il gazpacho di mango, cetriolo e ananas, sovrastato da una julienne di basilico, ridona vigore e freschezza, “Clof, clop, cloch, cloffete, cloppete, clocchette, chchch” come la fontana di Palazzeschi che alterna onomatopee a silenziose pause di commento per poi riprendere l’andamento saltellante. Il virtuosimo azotato è il primo violino di tale brano, accompagnato dal bianco e fresco “Mare Antico” di Decugnano dei Barbi, anch’esso teso a ripresentare mari passati in luoghi che ormai ne hanno persa ogni traccia evidente. “Non v'è bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro”. Sembra essere pure il manifesto di questa successione di preparazioni che sfidano i nostri sensi impegnandoli nel confronto con sapori, profumi, tattilità, colori, suoni e ambientazioni decisi, netti, nitidamente stagliati sul proprio contorno. Anche la “Ricciola alla puttanesca”, che si innalza, cruda, pinnacolo di carne, boccone opalescente, al centro del fondo roseo, screziato d’aranciato, di scarlatto di pomodori, di cupo verde di capperi, d’ocra d’alici, di smeraldo di rucola, sormontato da un ciuffo di basilico in listarelle, anch’essa, si diceva, si presenta in lotta e contrasto, deciso e potente tra acidità e rotondità, crudità e freschezza. E alla fine è poesia, “violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo”, nel connubio tra il gusto sapido, acidulo, amarognolo e il pesce, preso tra i due fuochi del sovrastante basilico e del sottostante mare della puttanesca, che si amalgamano nella cavità orale, lasciando vincitori i balsami aciduli, certo, ma trasportati sulla memoria morbida e pastosa della ricciola. L’”Ossobuco alla marinara” compare all’improvviso sotto la cloche, cilindrico tessuto osseo, svuotato di midollo e riempito di trippe di baccalà, cotto nell’acqua di vongole. Di vitello, poggia sul fondo cremoso del midollo, con zeste di limone, foglie di basilico spezzettate e semi di sesamo. Alla fine sarà l’unico ovvio superstite nel piatto, semplicemente per l’impossibilità di addentarlo, anche se il gusto complessivo, scarpetta compresa, aveva indotto e volte al morso dello stesso. Lotta, quindi, fascino in questa violenza primigenia, “travolgente e incendiaria” scatenata dalla potenza della portata, fatta da una successione di “bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi”. Rotondità, carnalità, marineria. La loro creazione come atto esplosivo estatico e generatore di gusto, con “la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura”. Bocconi che riassumono “una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio”. E il Sauvignon Blanc “Vieris”, un 2020 di Vie di Romans, a blandirci con i suoi profumi, pur’essi cangianti, potenti e fascinosi, d’erbe aromatiche, di frutta, d’agrumi. Decisamente il top della serata. Evolutivo. Incantevole. Tutto questo diventa empireo, rarefazione del verosimile, sottigliezze olfattive, consolatorie di grassezze, rappacificazioni da carboidrati, nella “Pasta e pomodoro alla Hilde in infuso di foglie di fico”. L’uso dell’arte dei profumi (Hilde è profumiera) per favorire la degustazione raggiunge l’apice nella ricerca sottostante questa pasta. Visivamente semplicissima, una corolla pentalobata di pasta calamarata, appena velata da una gialla burrosità e da un sugo di pomodoro e due foglie di basilico. Basta. Ma al gusto e all’olfatto è un’esplosione inaspettata di profumi, dall’aglio al verde dei pomodori, anzi, del loro raspo, il cui aroma non è contenuto dal frutto e ottenuto, per questo, con la foglia di fico, che riproduce l’odore della pianta e delle foglie dei pomodori. Non l’odore del pomodoro verde, poco interessante, ma l’odore del verde dei pomodori. Nuovi sapori riprodotti e accostati in modi nuovi, scoperti ed estratti, liberandoli da dove si nascondono in natura: “Ho traversato rupi di spine, ho scavalcato alte mura! Io ti libererò!”. È il verso del vate futurista, superuomo che domina e soggioga la natura svelandone i segreti, togliendo loro il velo di nebbia che li rendeva tali fino a poco prima. Lo stesso minimalismo è conservato negli “Spaghetti affumicati, con vongole e datterini arrostiti”, in cui il nido giallo pallido della pasta, punteggiato di verde, è coronato dal beige delle vongole e infiammato dal rosso cupo e arrostito di quattro pomodorini, la cloche scoperchiata al tavolo ad esaltarne le esalazioni fumiganti. Elementi primordiali, fumo, vongole e, di nuovo, pasta e pomodoro ma non “rotondi” come quelli della Hilde, bensì puntuti e balsamici come solo la punta dell’affumicato, il solista virtuoso di turno, può donare. Al giro di boa dei secondi si presenta il colombaccio. Assume le sembianze di un disegno a base di forme pure: una mezzaluna, la carne vera e propria, una linea, i peperoni cruschi, un cerchio, la mousse a base di rancido di prosciutto, la polvere, il peperoncino. Una bianca luna che sorge su un mare infuocato. Il sangue del colombaccio, appena passato sulla piastra, si sposa con l’affumicatura derivante dalla paprika, con le morbidezze della mousse, la piccantezza non esasperata, e l’acidulo della salsa di fondo del colombaccio. L’immagine stilizzata è una disposizione di colori e forme per offrire un’idea di dinamismo: due curve, quella biancastra e quella rossastra, convesse, che si toccherebbero in un solo punto di tangenza, non fosse per la teoria sminuzzata e frastagliata del peperone, movimenti centrifughi e centripeti a contrasto, lo stesso di un Boccioni, ad esprimere movimento e concretezza, spostamento nello spazio, compenetrazione di piani e di linee per fornire suggestioni derivanti dall’arte antica o primitiva, dalla composizione di forme elementari. Primordialità abbinate al Merlot "MCMLVII" 2018 di Alois Lageder, ad accompagnarne, con la propria morbidezza, la struttura della carne, richiamando quella della mousse, dai sentori anch’essi carnali, puntualmente stuzzicati dal peperoncino. L’intenso giallo tra dorato e aranciato dell’Amabile del Pozzo Buono, Passito di Moscatello, di Vicari, accompagna l’ultima parte della cena, a partire dal predessert, il “Gelato di Cabossa”. Anch’esso frutto di talentuosa ricerca e sperimentazione, volta a battere nuove strade del gusto e della sensorialità. Basato sul contrasto tra amaro del caffè, dolce delle meringhette, acidità del mango, aromi di cioccolato, giocando sulle diverse tattilità del sorbetto, delle fave di cacao, della meringa fugacemente croccante, dei cubetti di mango, percorrendo le tenui tonalità pastello degli ocra, dal bianco lattiginoso al beige chiaro al giallo dorato alla terra di Siena, simula un istrice, il corpo di gelato, gli aculei di meringa. Quindi, “Son forse un poeta? No, certo.” Son dunque un pittore? Neanche.” “Un musico, allora? Nemmeno.” “Io metto una lente davanti al mio cuore per farlo vedere alla gente.” Il cuore, geniale come la mente, è quel che viene offerto, l’amore per l’accoglienza, il gioco e la voglia di stupire. Palazzeschi, Marinetti, Boccioni, i futuristi tutti coagulati in questo scorcio del percorso. Sapori questa volta non fortissimi, non picchi virtuosistici, ma una dichiarazione d’intenti poetici, un manifesto, questo, non urlato, come quello dei futuristi, ma, ora, sussurrato. Per rinfrescare il palato in preparazione del gran finale. Che si appalesa nel “Senigallia-Brest”, rivisitazione del Paris-Brest: due scrigni di pasta choux farciti con abbondante crema chantilly alla vaniglia, punteggiata di vaniglia, ciliegie, tra la base e la crema, olive nere caramellate tra la crema e il cappuccio del bignè. Da mangiare con le mani. Giocato sui contrasti di temperature, la ciliegia ghiacciata e il resto semplicemente fresco, di consistenze, la collaudata dialettica morbido-croccante, di sapori, il dolce della crema, l’amarognolo caramellato delle olive, l’acidulo delle ciliegie e di aromi. Alla vista i due bignè sono al centro delle ruote del velocipede stilizzato disegnato, col cioccolato, sul piatto grigiastro, richiamo al dinamismo iconico, “forma unica della continuità nello spazio”, che invita a divorare se stesso, al termine, sullo stile dell’iniziale #slidetotase, facendo scarpetta coi bignè, magari con un loro cappuccio, oppure, ancor meglio, ripristinando la tribalità primigenia delle dita. Poi leccate rigorosamente. In conclusione, la piccola pasticceria è una sfilata di delizie e golosità, il cubo di cioccolata bianca e polvere d’arancio ripieno di gelato erborinato, il cioccolatino con ciliegia e caffè, la dacquoise con ganache al pistacchio, il cilindretto con mela in osmosi con Vecchia Romagna e menta, la gelatina alla fragola con aceto balsamico e maraschino, il crumble scoppiettante al cioccolato da lasciar sciogliere in bocca. Lunga galleria, quadri di un’esposizione, immagini da una magnifica, e saporita, passeggiata. La stessa di Palazzeschi, guardando lo scorrere delle insegne: “Bar la stella polare. Assunta Chiodaroli levatrice, Parisina Sudori rammendatrice. […] Gabriele Pagnotta strumenti musicali. Narciso Gonfalone tessuti di seta e di cotone. Ulderigo Bizzarro fabbricante di confetti per nozze. Giacinto Pupi, tinozze e semicupi.” Insomma, “ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!». E verrebbe da dire: “- Torniamo indietro? - Torniamo pure.”. Ma per ricominciare questa esaltante infilata di capolavori!
Tutto perfetto, molto curato, personale cortese e preparato, ottima carta dei vini, un esperienza gourmet unica.
La perfezione. Punto. Potrei soffermarmi su decine di particolari ed emozioni che hanno reso la mia esperienza da Uliassi memorabile, ma sarebbe tutto troppo riduttivo, complicato spiegare a parole cosa è La Perfezione.
Inizio non bene perché ci viene servito un bianco "Trebbiano di Emidio Pepe 2012" a temperatura ambiente Mi sono innervosito ma La Sommelier capito il problema è stando veramente in difficoltà ha saputo gestire bene la cosa Detto questo ho messo I cinque pallini perché,Il posto in spiaggia dove ci avevano fatto sedere, L'esperienza culinaria curata nei particolari, Il servizio degno di un 3 stelle, E per chiudere la presenza dello Chef con foto e la Moglie sempre presente, ha salvato il mio compleanno E valga veramente la pena da ritornarci

FAQ

Ristorante Uliassi ha adottato misure di sicurezza contro il COVID-19? Sì, Ristorante Uliassi adotta misure di sicurezza contro il COVID-19. La lista completa è disponibile nella sezione "misure di sicurezza" in questa pagina.

Qual è la valutazione di Ristorante Uliassi? Ristorante Uliassi è valutato dai viaggiatori in base alle seguenti categorie:
- Cibo: 5
- Servizio: 4.5
- Qualità/prezzo: 4.5
- Accoglienza e Ambiente: 4.5

Dove si trova Ristorante Uliassi?

Ristorante Uliassi è a questo indirizzo: Via Banchina di Levante 6, 60019, Senigallia Italia